Creatività & Infanzie difficili

Dean Simonton, uno dei massimi studiosi della creatività, scrive:

“La creatività eccezionale non sempre emerge dagli ambienti familiari ed educativi più protettivi. Invece, l’acquisizione di potenziale creativo sembra richiedere:

  • qualche grado di esposizione a esperienze sfidanti che rinforzino l’abilità individuale a superare gli ostacoli,
  • esperienze diversificanti, che aiutano a indebolire le restrizioni  imposte da una socializzazione convenzionale”.

Così oggi apro con questo post, stanca dalla nottata con una figlia a cui sto riservando troppi pochi no e una vita molto protetta… oggi mi chiedo se le mie scelte si riveleranno giuste – oltre che faticosissime!!

Mia figlia sarà più forte o più debole di un bambino che abbia dovuto affrontare qualche spigolatura genitoriale in più?

Il blog nuovo e utile stimola la mia riflessione: poi trovo conferme leggendo una specie di biografia di Tim Burton, regista brillante, che stimo, in cui racconta tutti i disagi vissuti nell’infanzia; qualche tempo fa invece mi ero imbattuta nelle favole di una famosa poetessa violentata fin da piccola, che per sopravvivere fuggiva con la mente in mondi immaginari, quelli che poi sono diventati i suoi racconti.

Dappertutto trovo conferma, come quando sei ossessionato da un pensiero e metti l’attenzione nel trovare conferme a ciò che vedi o conosci ovunque.

Sembra quasi di dover scegliere tra avere successo da adulti e vivere un’infanzia felice. E’ davvero così? Non può essere che un bambino felice e sicuro (sicuro, non iperprotetto) si riveli alla fine più forte ed equilibrato?

La vita ci sfida, è un dato di fatto. La creatività aiuta e svilupparla è fondamentale… Ma come?  Reagendo a quali spinte? E la forza d’animo? Il coraggio? Si plasmano sulle difficoltà o si sviluppano attorno ad un nucleo di pace e sicurezza?

Da un lato la forza e il desiderio di rivalsa fanno rafforzare la spinta individuale, dall’altro sembrano allontanare la persona dal contatto con se stesso. I bambini forti sembrano sicuri ma bambini sicuri sono più forti?

Poi c’è chi parla di resilienza e ultimamente pare essere tempo di antigìfragilità: chi ha ragione quindi? Che fare per mettere i nostri figli in condizioni di vivere “bene” la loro vita?

Sembra che chi stia bene al mondo, non abbia bisogni distorti da soddisfare o che semplicemente, vivendo nel presente, faccia ciò che gli dà soddisfazione e di cui sente l’esigenza veramente, senza lanciarsi necessariamente in azioni epiche.

Un bambino forzato alla forza, non rischierà di nascondere e perdere un po’ alla volta la propria indole più vera? Potrà rischiare di allontanarsi troppo da ciò che ama per divenire un potente guerriero senza magari una propria guerra da combattere!

E se accadesse? Quali guerre combatterebbe mia figlia? Per chi?

Forse meglio un po’ di forza in meno ma una netta e autonoma scelta del campo di battaglia, coerente con ciò che davvero vorrà amare e costruire.

A scapito forse di quella messa alla prova all’interno del nucleo famigliare: ci sono sempre le ore di asilo – che non vedo – in cui deve per forza tirar fuori le proprie risorse!

Sempre meglio di quegli adulti che si divertono a fare i dispetti ai bimbi: avete mai osservato qlc dinamica di questo tipo in cui si punta a far reagire il bambino ma in realtà goffamente, lo si stà urtando e prevaricando senza alcuno scopo educativo?

Sembra che la creatività sia un potente medicinale: del resto o si muore o si sopravvive. Per anni ho pensato all’arte come “cura”: arte come distillato di verità; arte come espressione dei complessi grovigli dei sentimenti umani; arte come amore, espressione, esistenza e verità.

Non posso fare una prova generale come a teatro: con i figli e con la vita in genere, è “buona la prima”: puoi fare diversamente la prossima volta ma nel frattempo, scelta una strada, devi percorrerla.

Quale bussola utilizzare?

Ora sono troppo arrabbiata verso questo stile genitoriale così assistenzialista e presente ma difficile da arginare, accompagnato da questo profondo desiderio di proteggere e amare, con tutta la presenza che è mancata a me.

So però che devo ringraziare le mie esperienze che mi hanno resa così idonea alla sopravvivenza e così adatta a questa società. Non so se è un bene ma davvero quando sei nel mare conta se sai nuotare, altrimenti potresti non sopravvivere.

Come gestire allora la dicotomia tra “vorrei tanto essere” e “sono così”?

L’accettazione sarà la mia parola chiave per questo Natale!

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