Città a misura di bambino

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Recentemente sono stata in una città di mare.
La gente posteggia sul marciapiede, quando c’è o quando non è occupato dall’immondizia – anche detta: scovazze, rusco, pattume, monnezza etc.
Non si sa se per diretta conseguenza del parcheggio selvaggio, i bambini sono costretti al passeggino quasi fino all’età scolare.
Questa condizione però limita molto la libera espressione del bambino ritardando l’adeguato sviluppo motorio e cognitivo.
La coordinazione, la misura della propria forza ma anche solo lo scaricare l’energia in eccesso e in dotazione per la giornata, avviene attraverso il gioco e il deambulare. Quando questo viene inibito troppo, ecco che si presentano difficoltà ad addormentarsi, malcontento verso lo stare seduti composti, a tavola, piuttosto che nel passeggino e sovrappeso.
Ho osservato che si tende a sottovalutare questi campanelli d’allarme, preoccupandosi di più di riacquisire la calma nella situazione immediata – si vergogna anche un bravo genitore e spesso l’adulto ha già il suo bagaglio di emozioni da gestire, di cui non sempre ha consapevolezza e gli strumenti per gestirle – e si tende a sedare questa irrequietezza con il ciuccio: è davvero un comportamento costruttivo questo?
Perché per essere buono il bambino dev’essere apatico? 
Perché pretendiamo da lui atteggiamenti da “adulto addomesticato”?
Perché pensiamo che abbia bisogno di ubbidirci per permetterci di continuare a fare le ns cose come chiacchere inutili, mangiare comodi o non sporcarci, piuttosto di ricordarci che la sua scoperta del mondo deve essere accompagnata, non inibita?
Perchè con l’infanzia si risvegliano tutte quelle credenze, tutti quei condizionamenti sociali che ci fanno desiderare di avere un “bravo bambolotto” anzichè un bambino vivace?
Il bambino ha bisogno di esplorare, conoscere, preferibilmente in via esperienziale e sta a noi adulti permetterglielo, in sicurezza.
Laddove questo non sia possibile è necessario cercare e trovare un compromesso tra le ns comodità e l’obiettivo della giornata o del momento.
Il ciuccio è un terribile surrogato per le emozioni che, proprio come la sigaretta, permette una “tregua” rispetto a ciò che stiamo provando e acquieta l’animo.
Nulla da eccepire se usato consapevolmente e in casi estremi, fino a 2 anni; molto da osservare se questo strumento è solo funzionale a noi adulti per farci risparmiare fatica: sia fisica, sia mentale. 
Aiutare a sviluppare l’autonomia del bambino è più faticoso rispetto ad un atteggiamento passivo: ci vuole ascolto, mettersi in discussione, informalità e a volte rompere le convenzioni sociali, perché il bambino non è un pupazzo che dove lo metti sta e non sporca – anzi! – ma un individuo con le proprie esigenze e desideri, commisurati all’età, alle esperienze compiute e all’indole caratteriale.
Ricordiamoci che il motto del bambino è: aiutami a fare da solo.

Credenze ma non tavoli!

Credenze ma non tavoli!

Siamo abituati a giudicare continuamente i ns a gli altrui comportamenti: ma quanto siamo consapevoli che quello che facciamo è solo la punta dell’iceberg che si vede?
Agiamo in base a quello che c’è sotto: le ns emozioni condizionano le ns reazioni, i ns pensieri fanno sorgere determinate emozioni, fino a scendere nei credo e nei valori in cui crediamo.